Parola di Alessandro Barin, Ceo di FuturaSun, importante realtà del mondo fotovoltaico. La storia di questa azienda italiana insegna, caratterizzata com’è dall’interesse concreto per la Cina, un Paese con cui occorre confrontarsi e creare le condizioni per una positiva sinergia e per gettare le basi per il fotovoltaico made in Europe.
Di Andrea Ballocchi*
Per il fotovoltaico, per l’industria solare è un periodo decisamente particolare. La sovrapproduzione di pannelli solari e il conseguente crollo dei prezzi hanno ridotto drasticamente i margini di profitto. «Stiamo vivendo un momento molto delicato, da produttori di moduli. Anche i più strutturati stanno affrontando difficoltà oggettive collegate alla sovrabbondanza e al conseguente ribasso dei costi, con margini di profitto limitati. Si sta assistendo a una decrescita, con conseguenti riflessi economici e occupazionali. Il panorama è questo, ed è particolarmente sentito in Cina, maggiormente indiziata di questa situazione e dove non si vede ancora la fine del tunnel.
In Europa, invece, il comparto industriale non si affronta adeguatamente la situazione, senza attivarsi in modo costruttivo, invece, per cambiare in meglio la situazione: è bene ricordare che sono anni che non esiste un panorama manifatturiero dedicato». A parlare è Alessandro Barin, Ceo di FuturaSun, realtà specializzata nella produzione di pannelli fotovoltaici e, a oggi, l’unica azienda italiana ad avere in Cina la produzione con i propri stabilimenti.
FuturaSun: una storia controcorrente

Alessandro Barin – CEO del Gruppo FuturaSun
Quella di FuturaSun è una storia per certi aspetti controcorrente. Nata in Veneto nel 2008, avvia la propria attività commerciale nei due anni successivi, proprio quando il settore in Italia comincia a dare i primi segni di crisi – malgrado nel 2011 l’Italia sia prima al mondo per crescita, con 9,3 GW di installato – che si manifesterà in tutta la sua gravità di lì a breve.
Mentre molti nomi del settore nazionale – e non solo – scompaiono dalla scena, FuturaSun prosegue e cresce con una progressione tale che la portano a raggiungere una capacità produttiva superiore a 1 GW.
I principali stabilimenti produttivi di FuturaSun sono in Cina, Paese che Alessandro Barin (Ceo di Futurasun dal 2010) conosce bene, avendo vissuto lì per più di vent’anni, maturando così una conoscenza e un’esperienza, personale e imprenditoriale, del Paese orientale che passa anche dalla padronanza della lingua. «Quanto ho vissuto e conosciuto in Cina mi ha permesso, nel momento in cui c’è stato un interesse verso il settore fotovoltaico, di pensare di creare un’unità produttiva in loco, in contro tendenza rispetto a diversi attori italiani ed europei».
Si arriva così al 2018, quando FuturaSun inaugura una nuova fabbrica che nel giro di un solo anno raddoppia la capacità produttiva raggiungendo 1 GW/anno. La progressione non si è certo arrestata in terra cinese, tutt’altro. «Stiamo aprendo nuovi orizzonti e avviando due grandi progetti: una fabbrica di celle di 233mila metri quadrati con una capacità produttiva stimata di 6 GW (per la prima fase), e ulteriori 93mila metri quadrati per il nuovo quartier generale asiatico e il nuovo centro di ricerca, completo di una linea di produzione supplementare di 2 GW di moduli ed eventuale perovskite».
Comprendere la realtà di una nazione come quella cinese, ha certamente aiutato a sviluppare e consolidare FuturaSun, permettendo di divenire protagonista nel mondo del fotovoltaico e realtà-ponte con il mondo cinese.
Fare industria in Cina è possibile, in Italia invece…

La Cina da sempre è un contesto favorevole per una realtà italiana come FuturaSun che intende produrre fotovoltaico. Quali sono i fattori premianti di questa scelta? «Il primo fattore, fondamentale, è che fare industria in Cina trova un contesto particolarmente favorevole. Se una realtà vuole partire da zero, nel Paese asiatico è possibile. In Italia è assai più difficile, se non si è già un player conosciuto e con ingenti capitali alle spalle.
In Cina, il Governo locale offre un ampio supporto per avviare qualsiasi tipo di attività industriale, però non regala niente. Occorre sapersi muovere in questo tipo di contesto, il fattore linguistico e culturale va conosciuto, ma si parte dalla disponibilità locale a mettere i nuovi interlocutori nelle condizioni di avere successo. Questo non significa che non si attuino i necessari controlli, ma c’è volontà di fare impresa, specie per ambiti di interesse nazionale come – appunto – le fonti rinnovabili, o l’intelligenza artificiale».
La fondamentale differenza con il tessuto italiano, secondo Barin, «è che nel nostro Paese a volte si percepiscono un clima e un contesto poco incoraggianti per chi vuole avviare una propria idea imprenditoriale». Basta ricordare, a tale riguardo, quanto emerso da un’analisi dell’Ufficio studi della CGIA: il costo annuo in capo alle imprese italiane causato dell’eccessivo numero di adempimenti, di permessi e l’espletamento delle pratiche richieste dalla nostra burocrazia, ammonta a 57 miliardi di euro.
Le criticità del sistema Cina
Quali sono le criticità del sistema cinese? «Il fattore culturale non è semplice da assimilare. Qui prevale il “forse”, difficilmente si ottiene una risposta netta dagli interlocutori locali, bisogna imparare a gestire l’ambiguità. Un altro fattore, che è un po’ all’origine della situazione che si vive oggi nel fotovoltaico, è che si ragiona per obiettivi, ma con una forte tendenza a una crescita continua, che poi può ingenerare situazioni di sovraccapacità come quella che si sta vivendo oggi. Ci sono attori che, percepita la crescita impetuosa delle rinnovabili nel 2022, si sono gettati a capofitto nel business, pur senza avere conoscenza del settore, generando la sovrapproduzione e un eccessivo “surriscaldamento” del settore. Quindi, da una parte c’è un Governo che supporta; dall’altra, mancano i necessari freni per controllare una iper-crescita».
Un’opportunità da cogliere

Quindi, la Cina nel fotovoltaico va vista come un’opportunità o una minaccia? «Direi proprio che sia un’opportunità. È necessario rendersene conto e non ridurre il pensiero a un generico “la Cina ci travolgerà”, mettendo la testa sotto la sabbia, e nemmeno combatterla. Va considerata un punto di riferimento, uno dei poli globali, dei centri geopolitici che andranno a svolgere – questo sì – un’azione disruptive sul mondo attuale.
Quindi, occorre affrontarla, considerandola non come una minaccia, perché altrimenti si sprecano numerose opportunità – e parlo da europeo e italiano. Le opportunità, sotto forma di investimenti, di strategie e di modalità con cui hanno operato e operano tuttora in Cina, dobbiamo considerarle come basi su cui poggiare per fare i nostri passi in avanti. Così va pensato l’approccio alla Cina: come un punto di partenza per ricostruire una nostra identità come industria nel settore, creando un ecosistema nazionale ed europeo». Se invece ci si precludesse questa potenzialità, chiudendo la porta, «avremmo finito: pensiamo solo alle batterie, agli inverter, a tutti quei componenti che provengono dalla Repubblica Popolare – prosegue Barin –.
Non possiamo farne a meno oggi. Una possibile strada da percorrere per far rinascere la filiera può essere quella di attrarre investimenti cinesi, chiedendo loro di venire a costruire in terra europea creando partnership, joint venture, ponendo dei requisiti specifici sugli investimenti : da qui bisogna partire per acquisire know-how, per formare le persone, per costruire le fabbriche del futuro, magari più automatizzata, con un maggior contributo di intelligenza artificiale. Se invece abbiamo la possibilità di valorizzare investimenti europei, dobbiamo farci aiutare e creare in sinergia un pool di conoscenze per portare know-how e innovation. «Dovremo cercare di riproporre il modello attuato negli Stati Uniti, invertendo il processo fatto 25-30 anni fa, in cui si è delocalizzato in Cina parte della produzione, per risparmiare. Dovremmo pensare a una sorta di Via della Seta nel fotovoltaico che porti da noi i rappresentanti cinesi. È quanto stiamo già facendo come FuturaSun, agendo in concreto come ponte industriale tra Europa e Cina».
Le basi per far nascere un polo del fotovoltaico made in Europe

Stato attuale della fabbrica di celle in costruzione a Huai’an
Così è possibile attuare e strutturare l’industria solare e supportare il fotovoltaico made in Europe, creando un polo di riferimento, basato sull’esperienza cinese.
«Dobbiamo pensare sul lungo periodo, costruendo a partire da oggi i presupposti per una filiera del fotovoltaico made in UE che sia frutto di una positiva sinergia con la Cina e la sua conoscenza ed esperienza acquisita nel settore. Così è possibile avviare un circolo virtuoso di cambiamento».
Occorre evitare, però, di perdere questa possibilità, accampando alibi o ponendo veti. Altrimenti, sottolinea sempre Barin, c’è il rischio che la Cina vada a investire in altre aree più fertili per far approdare i suoi investimenti come ad esempio Nord Africa e Medio Oriente.
«La visione imperialista della Cina, un po’ come quella degli USA, li porta a ragionare da protagonisti nel mondo: il rischio, invece, che corre l’Europa è di essere sempre più tagliata fuori, subendo e basta. Se dobbiamo farci “invadere”, facciamolo in maniera positiva, cogliendo gli aspetti di opportunità e non precludendoceli, imparando da loro».
La nuova realtà Futurasun in Italia: sarà una gigafactory?
FuturaSun intende porre le basi per una nuova realtà anche in Italia. A che punto è il progetto? «Per ora è un progetto per lo più sulla carta. Vedremo come si svilupperà. Se ci sarà un forte e concreto supporto a livello europeo prenderà uno slancio più forte e una dimensione maggiore. Se invece saremo abbandonati a noi stessi, svilupperemo l’intervento commisurato a una determinata grandezza di mercato. Certo, per abbattere i costi, l’ideale sarebbe la scala giga, ma se non si potrà, faremo a scala mega. In ogni caso non siamo fermi, tutt’altro: ad aprile abbiamo fatto richiesta per l’Innovation Fund. È un progetto da 60 milioni di euro. Ci auguriamo che si concretizzi questa opportunità: se così sarà, allora a fine anno faremo una vera e propria pianificazione di un polo europeo».
Certo, sarebbe auspicabile un più solido sostegno all’industria del fotovoltaico italiano ed europeo, analogamente a quanto avvenuto negli anni Settanta e Ottanta a Taiwan e in Corea del Sud in cui gli investimenti stanziati per sviluppare il comparto produttivo dei semiconduttori ha contribuito al successo mondiale oggi conclamato. «Quanto è avvenuto nei due Paesi asiatici è il risultato di una volontà politica che ha fornito strumenti adatti agli imprenditori locali per far crescere l’industria. In Europa gli incentivi esistono, ma non sono sufficientemente capaci di sostenere gli obiettivi disruptive nel mondo energetico delineati nel Green Deal».
Per questo, «come noi abbiamo trovato spazio in Cina vent’anni fa, dobbiamo pensare anche a poter accogliere noi, oggi, le capacità di investimento cinesi in Europa, per mettere a fattor comune le rispettive migliori esperienze scientifiche e industriali – aggiunge il Ceo di FuturaSun –. La nostra esperienza italiana, europea, è sempre stata poco centrata sulla superiorità, ma sulla voglia di agire, sulla capacità di saper fare, e saperlo fare bene, senza tema di equilibrio. Dobbiamo saper “cavalcare il know-how cinese” e non temere il confronto nemmeno quando ipotizziamo che la collaborazione sia a casa nostra, anziché altrove. L’Europa è brava a fare ricerca: è un hub con un forte potenziale».
A tale proposito, va ricordato che lo scorso marzo, la Solar Impulse Foundation ha pubblicato il suo “EU Manifesto: Modernise to Thrive” (Modernizzare per Prosperare). Il Manifesto, che conta sul contributo e il supporto di oltre 40 stakeholder, è fondato sulla ferma convinzione che un’attuazione efficiente e risoluta del Green Deal può e porterà molteplici benefici collaterali.
Il futuro del fotovoltaico: il ruolo della perovskite e il riassetto del settore

Da qualche anno si prefigura sempre più forte la prospettiva che il fotovoltaico del futuro sarà caratterizzato dall’avvento della perovskite. FuturaSun, a questo proposito, ha acquisito la startup italiana Solertix, specializzata nella ricerca sulla tecnologia delle Perovskite Solar Cells e nel loro upscaling per applicazioni industriali. Che ruolo e spazio avrà questo minerale? «Abbiamo potuto notare che negli ultimi tre anni, il processo di ricerca sulle perovskiti ha subito una notevole accelerazione – spiega il Ceo FuturaSun –. Gli investimenti sono aumentati considerevolmente, sostenendo questa crescita.
Al momento non siamo arrivati ancora alla scala industriale e commerciale perché non si è ancora pronti a livello globale a uscire con prodotti che possano garantire efficienza e una durata apprezzabili negli anni, com’è invece col fotovoltaico tradizionale. È assai probabile, però, che si arrivi sul mercato nel giro di poco tempo. Noi stiamo lavorando per un orizzonte di industrializzazione che va da 2 a 4 quattro anni, per arrivare ad avere un prodotto pronto per il 2027/2028. Stiamo lavorando su moduli tandem perovskite/silicio».
A livello complessivo, il futuro del fotovoltaico sarà caratterizzato da due aspetti: tecnologico e industriale. Nel primo caso, sottolinea il Ceo di FuturaSun, sarà improntato su un ulteriore miglioramento dell’efficienza e alla trasformazione della filiera da p-type a n-type. In ambito industriale, «assisteremo a un riassetto del contesto industriale attuale, con meno player, con un ruolo dei piccoli più improntato sulla specializzazione, su partnership tra attori di media dimensione, dall’uscita dal mercato di player improvvisati», conclude Barin.
*Andrea Ballocchi, giornalista freelance, specializzato in temi di energia e ambiente












